L'invenzione di un bambino del Kenya salva i leoni e aiuta gli allevatori
Scritto da Marco Mario Piazza Giovedì 19 Aprile 2012 08:11
A 13 anni, un inventore del Kenya ha messo a punto un sistema a basso costo, che potrebbe rappresentare una soluzione ad un problema molto sentito in Africa, il conflitto tra uomini ed animali.
©AfriGadget
Richard Turere vive a Empakasi, ai margini del Parco Nazionale di Nairobi, in Kenya. Il suo compito è quello di aiutare la famiglia prendendosi cura del bestiame, difendendolo dagli attacchi dei predatori, soprattutto i leoni. La vicinanza al parco mette in continuo contatto il bestiame con i predatori e ogni mese la famiglia deve fare i conti con la grave perdita di mucche, pecore e capre. Il Parco Nazionale di Nairobi è il parco con la più alta densità di leoni al mondo, spesso questa abbondanza si traduce in attacchi ad animali domestici, più facili da catturare con le conseguenze che possiamo immaginare.
All'età di 13 anni, Richard ha deciso di fare qualcosa per ridurre le perdite della sua famiglia. Ha dapprima osservato che i leoni non attaccano i villaggi e i recinti quando qualcuno si aggira con una torcia elettrica ed ha concluso che i leoni associano la luce delle torce alla presenza degli esseri umani.
In due anni di utilizzo dl sistema di questo bambino-inventore non si è verificato nessun attacco di predatori. La famiglia è raggiante e non sono pochi i villaggi masai nelle vicinanze che hanno richiesto l'aiuto di Richard per difendersi dai leoni.Con alcune lampadine a led recuperate da torce elettriche rotte, ha realizzato un sistema automatizzato di illuminazione intorno al recinto del bestiame. Le lampade sono collegati ad una scatola con interruttori, e ad una batteria di una vecchia auto (caricata con un pannello solare che in genere la famiglia usa per alimentare un televisore). Le luci non sono però puntate verso il bestiame o sul villaggio ma verso l'esterno, nel buio. Lampeggiando in sequenza, danno l'impressione che qualcuno stia camminando intorno al recinto. AfriGadget

©AfriGadget
Innovazione a basso costo e grandi risultati
Per la gestione e la conservazione della fauna selvatica, questa semplice innovazione potrebbe costituire una svolta. Infatti, il Kenya Wildlife Service sostiene che il costo per l'indennizzo alla popolazione per attacchi di predatori è stato di 71milioni Ksh (circa 650.000,00 euro) solo nel 2011. Il dispositivo di Richards, quattro o cinque torce rotte, alcuni fili e una batteria, costano meno di dieci dollari e hanno salvato decine di capi di bestiame senza risorse pubbliche. L'alternativa (ovunque utilizzata) è la costruzione di costose recinzioni anti-leoni.La cosa straordinaria di questa storia è che Richard non ha avuto possibilità di accesso ad alcuna nozione tecnica. Le sue conoscenze sono il risultato di tentativi e molte scosse.
Grazie alla sua inventiva ed alla generosità di alcune persone, Richard ha ricevuto una borsa di studio per poter frequentare la scuola e realizzare il suo sogno, diventare ingegnere.
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Global digital divide sempre peggio
Scritto da Marco Mario Piazza Venerdì 06 Aprile 2012 08:11
Come sappiamo, la riduzione del divario digitale in un paese aiuta a determinare la sua competitività economica a livello internazionale.Nonostante le iniziative intraprese da gran parte dei paesi "sviluppati" per incrementare l'utilizzo e l'accesso alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC), secondo la ricerca del World Economic Forum (WEF) e Insead, un serio digital divide esiste ancora.
Il rapporto "The Global Information Technology Report 2012: Vivere in un mondo iperconnesso" cerca di misurare l'impatto delle TIC sulla trasformazione dell'economia e della società. Si estende su 142 economie del mondo e valuta l'impatto delle TIC sulla competitività e il benessere delle nazioni. Il Regno Unito si trova al decimo nella classifica mondiale, Svezia e Singapore in cima alla lista, seguiti da altri paesi occidentali, Svizzera, Olanda, Stati Uniti e Canada.
E l'Italia?
Al solito l'Italia non si piazza bene nella classifica mondiale.L’Italia non attira gli investimenti digitali per via dei ritardi accumulati nel campo dell’istruzione e delle innovazioni, oltre che di un potere politico che non accelera sulle iniziative che potrebbero far decollare il nostro Paese. Situazione che fa finire l’Italia al 48° posto della classifica mondiale. Ma anche prendendo in considerazione la sola classifica europea, l’Italia si colloca appena al 26° posto, preceduta addirittura da Paesi come Croazia (4,22) e Montenegro (4,22).
La situazione africana
La disponibilità di tecnologie dell'informazione e della comunicazione in gran parte dell'Africa è ancora molto bassa, la maggior parte dei paesi di questo continente non ha sufficienti disponibilità economiche e presenta grosse carenze in termini di personale con competenze. Il rapporto sostiene inoltre che, anche nei paesi dove le infrastrutture ICT sono state migliorate, gli impatti sulla competitività e il benessere rischiano di causare un nuovo divario digitale in quanto accessibili solo alle fasce più abbienti della popolazione.Infatti, il Sud Africa si trova in 71° posizione, la Nigeria 112°seguita da altri paesi come il Ruanda (82), Botswana (89), Kenya (93) e il Senegal (100).
Stessa storia per i paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) e del Messico - nessuno dei quali si trova nella top 50. La Cina è la più alta del gruppo in 51 posizione.
L'importanza delle TIC va oltre il suo ruolo di motore della futura crescita economica. Dispositivi digitali intelligenti e servizi cloud continueranno a diventare una parte sempre più importante della nostra vita quotidiana. Integrare le Tecnologie di Informazione e Comunicazione come parte di un programma globale di crescita economica saranno le scelte migliori per aumentare la competitività delle nazioni su scala globale.
Per vedere le classifiche complete, clicca qui.
Il rapporto completo può essere letto qui.
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Quanti schiavi stanno lavorando per te?
Scritto da Marco Mario Piazza Lunedì 26 Marzo 2012 09:55
Un nuovo sito web e un'applicazione mobile calcolano il numero di schiavi che stanno attualmente lavorando per noi, in relazione ai nostri consumi.Non è facile acquistare in modo socialmente responsabile. Anche se ci consideriamo provetti "consumatori intelligenti" e, con pazienza, ci leggiamo tutte le etichette per evitare prodotti con impatto negativo sull'ambiente e sulla società, esiste una lunga fila di schiavi che, in qualche parte del mondo, sta lavorando per noi. Non ci credete?
Basti pensare a chi sta estraendo i minerali necessari al funzionamento del nostro smartphone, o raccogliendo il cotone per le nostre magliette.

SlaveryFootprint.org è un nuovo sito web e anche un'applicazione mobile, lanciati in occasione del 149° anniversario della Emancipation Proclamation. L'iniziativa, risultato di una collaborazione tra l'organizzazione non-profit "Call + Response" e l'Ufficio del Dipartimento di Stato USA, nasce per monitorare e combattere la tratta di persone nel mondo utilizzando un complesso algoritmo per il calcolo del numero di schiavi che lavorano per noi.
Rispondendo ad una serie di semplici domande, tra le quali la quantità di gioielli posseduti, l'abbigliamento nel nostro armadio, la tecnologia o i farmaci utilizzati, è possibile calcolare quante persone vengono sfruttate per produrre ciò che noi utilizziamo nella vita di tutti i giorni.
Dopo aver provato il test, ho scoperto che ben 31 schiavi lavorano duramente per me!
E' in realtà un numero piuttosto basso, a seconda Justin Dillon di "Call + Response":
Il sito, ovviamente, non può prendere in considerazione ogni marca di prodotto presente nelle nostre case, ma l'algoritmo di calcolo è piuttosto dettagliato in quanto utilizza le informazioni del Dipartimento del Lavoro USA, del Dipartimento di Stato, di Transparency International e moltre altre organizzazioni.La questione sembra lontana, ma la verità è che non puoi uscire di casa la mattina senza toccare qualcosa che è stato fatto con la schiavitù, ovvero sfruttando chiunque sia costretto a lavorare senza retribuzione ed impossibilitato ad andarsene
Sullo stesso sito si sottolina inoltre come il tentativo non sia quello di farci "rinnegare" la nostra cultura consumista:
Oltre al sito SlaveryFootprint.org, "Call + Response" ci offre anche una app che consente agli utenti di effettuare un controllo diretto sulle aziende, per far sapere loro che i consumatori vogliono prodotti realizzati senza sfruttamento. L'applicazione permette di inviare direttamente lettere a oltre 1.000 marche per chiedere la fine dello sfruttamento necessario alla realizzazione dei loro prodotti, e poi condividere le risposte delle aziende per creare un database crowdsourcing. Con queste azioni, gli utenti ricevono punti "free world", che Dillon paragona a "carbon credit".Non volevo creare un'altra calcolatrice/fregatura che sputa fuori solo cattive notizie. Volevo suggerire come un cambiamenteo dei nostri stili di vita, anche minimo, possa contribuire ad aiutare la lotta contro la schiavitù.
I punti "free world" non serviranno forse eliminare il problema della schiavitù, ma sicuramente rappresentano un'utile iniziativa per capire che spesso i problemi possono essere risolti eliminandone le cause piuttosto che, assistendone le vittime.
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